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FACT SHEET n.7 – Novembre 2017 – Di Michele Raitano, Università di Roma “La Sapienza”

Una delle affermazioni più frequenti nel dibattito italiano è che “i giovani saranno costretti a passare una vecchiaia in povertà”. Si ritiene infatti che il sistema contributivo, in base al quale sono interamente calcolate le pensioni di chi ha iniziato a lavorare dal 1 gennaio 1996, darà luogo a prestazioni molto modeste. Quanto è motivato questo sentire comune?

A parità di andamento aggregato di economia e demografia (l’importo della pensione è infatti legato sia alla crescita del Pil che alla longevità media), nel contributivo la prestazione dipende: dai contributi versati durante l’intera carriera e dunque, dal successo dell’attività lavorativa; dalla durata della stessa e quindi, dall’assenza di periodi di disoccupazione non indennizzata; dalle retribuzioni, su cui incidono negativamente i contratti part-time; e dalle aliquote contributive, laddove una minore aliquota, come quella applicata in passato sulle collaborazioni parasubordinate e sui voucher, riduce proporzionalmente i contributi versati. Per via dei meccanismi attuariali sintetizzati dai cosiddetti “coefficienti di trasformazione”, la pensione cresce anche con l’età di pensionamento dato che la si riceverà, in media, per un numero inferiore di anni. L’aumento dell’età pensionabile – se si accompagna a un effettivo allungamento della vita lavorativa e, dunque, a maggiori contributi versati e un più alto coefficiente di trasformazione da applicare – consente di accrescere l’importo della pensione. Le simulazioni della Tabella 1 mostrano che con carriere “piene” (cioè senza periodi di disoccupazione) la pensione eccederebbe ampiamente l’importo dell’assegno sociale (la prestazione concessa a tutti gli anziani in condizioni di bisogno pari a 448,07 euro al mese, nel 2017). In presenza di carriere lunghe (ben superiori a 40 anni) non è dunque vero che si otterrebbe una “pensione da fame”.

Ma allora nessun problema? Tutt’altro. Il problema esiste, ed è grave, per gli individui che dovessero avere una carriera lavorativa svantaggiata in termini di bassi salari (anche a causa di part-time involontari) e frequenti periodi di non lavoro, o con forme contrattuali a bassa aliquota che, conseguentemente, rischierebbero di ritrovarsi con un esiguo montante accumulato anche dopo decenni di vita attiva. Simulazioni relative a tre possibili carriere svantaggiate (Tabella 2) evidenziano che, anche un’attività lavorativa di durata superiore a 30 anni, potrebbe non consentire di ottenere una pensione di importo molto maggiore dell’assegno sociale, soprattutto quando i periodi di disoccupazione seguono anni di lavoro a tempo parziale o da parasubordinato (a minore aliquota fino al 2017).

Tabella 1. Rapporto fra pensione e assegno sociale in base alle diverse età di pensionamento, per lavoratori dipendenti con inizio attività nel 1996 a 24 anni, carriera “piena” e diverse dinamiche salariali[1].

[1] Crescita del Pil nominale effettivo fino al 2017, ipotizzato pari al 3% annuo dal 2018 in poi. 2 Crescita annua del salario nominale dello 0,5% inferiore a quella del Pil nominale e salario annuo nel 1996 di 15.000 Euro. 3 Crescita annua del salario nominale uguale a quella del Pil nominale e salario annuo nel 1996 di 20.000 Euro. 4 Crescita annua del salario nominale dello 0,5% maggiore di quella del Pil nominale e salario annuo nel 1996 di 25.000 Euro.

Fonte: nostre elaborazioni.

Tabella 2. Rapporto fra pensione e assegno sociale in base alle diverse età di pensionamento, per lavoratori con inizio attività nel 1996 a 24 anni, a bassa dinamica di salario e carriere discontinue (1 anno di mancata contribuzione ogni 3 anni di lavoro)[1].

[1]Crescita annua del salario nominale dello 0,5% inferiore a quella del Pil nominale. Crescita del Pil nominale effettivo fino al 2017, ipotizzato pari al 3% annuo dal 2018 in poi. 2 Salario annuo nel 1996 di 15.000 Euro. 3 Salario annuo nel 1996 di 10.000 Euro.

Fonte: nostre elaborazioni.

Al momento, non si è in grado di dire quanti fra quelli che riceveranno una pensione interamente contributiva rischieranno di ricevere una prestazione di importo limitato anche dopo una lunga vita lavorativa. L’evidenza disponibile sui primi 10 anni di carriera dei neo-entrati in attività fra il 1996 e il 2001 segnala, però, che la quota di individui con carriere sfavorevoli non appare irrilevante: nei primi 10 anni di attività, il 20,4% di questi ha versato contributi per meno di 5 anni e il 44,5% ha accumulato meno del 60% dei contributi che, nello stesso periodo, avrebbe accumulato un lavoratore dipendente a tempo pieno con retribuzione mediana. Per queste persone, laddove la carriera non dovesse evolvere positivamente, il rischio di ricevere una prestazione inadeguata sarebbe concreto.

Per saperne di più:

Jessoula, M., Raitano, M. (2015), La Riforma Dini vent’anni dopo: promesse, miti, prospettive di policy. Un’introduzione, Politiche Sociali/Social Policies, vol. 2, n. 3, pp. 365-381.

Raitano, M. (2017), Poveri da giovani, poveri da anziani? Prospettive previdenziali e vantaggi della pensione di garanzia. Social Cohesion Papers, n.3/2017.

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