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Commento n.1 – Marzo 2023. Di Francesca Campomori, Università Cà Foscari di Venezia 

La tragedia che si è consumata all’alba del 26 febbraio di fronte alle coste calabresi ha quanto meno mostrato le falle della catena di comando del sistema di soccorso italiano, in una dinamica di mancato coordinamento e/o di sottovalutazione del pericolo ancora tutta da chiarire, soprattutto in relazione a chi e perché abbia deciso e ordinato l’azione di polizia (law enforcement) invece che di Sar (Search and Reascue), cioè di soccorso. Invece di riportare nell’agenda politica un serio programma europeo di ricerca e salvataggio in tutto il Mediterraneo, cominciando magari a dare il buon esempio ai partner europei, come era stato fatto ormai dieci anni fa con Mare Nostrum, il governo ha preferito puntare tutto sul capro espiatorio rappresentato dagli scafisti. Peraltro gli esponenti del governo parlano indistintamente di trafficanti e scafisti tacendo sul fatto che gli scafisti che guidano le barche sono solo l’ultimo anello della catena di trasporto illegale, mentre i trafficanti non rischiano certo la vita in mare o l’arresto. In ogni caso, scaricare ogni responsabilità di questa e di altre tragedie del mare solo sugli scafisti e i trafficanti è un modo per oscurare le responsabilità di più di un decennio di politiche italiane ed europee di chiusura e di esternalizzazione delle frontiere, tra cui emergono in particolare gli accordi con la Turchia (2016) e con la Libia (2017), che hanno previsto ingenti finanziamenti ai rispettivi governi in cambio del blocco delle partenze di migranti verso l’Europa. Si tratta, è bene dirlo chiaramente, di politiche che favoriscono, invece che combattere, il traffico e la tratta degli esseri umani. La cosiddetta industria del passaggio irregolare dei confini esiste infatti anche perché l’ingresso regolare è diventato impossibile: se entrare con un visto di ingresso per lavoro attraverso i decreti flussi è complicato, per il cronico sottodimensionamento della programmazione, l’ingresso per richiesta di asilo è del tutto impraticabile, nonostante il Regolamento Europeo dei Visti preveda l’attivazione di visti umanitari che dovrebbero consentire alle persone in fuga da guerre e violenze l’attraversamento delle frontiere europee in sicurezza e legalità. Un attraversamento in sicurezza che, peraltro, poco più di un anno fa è stato reso possibile alle persone ucraine in fuga dalla guerra, con decisione unanime dei paesi dell’Unione e stupefacente manifestazione di solidarietà da parte della società civile.

Ad aggravare uno scenario di omissioni nella tutela dei diritti umani e di politiche fortemente restrittive si sono poi aggiunte le dichiarazioni del Ministro dell’Interno Piantedosi all’indomani del drammatico naufragio (“La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”). Parole che non solo sviliscono le drammatiche storie delle persone coinvolte, ma rivelano la volontà di ignorare come in larghissima maggioranza le persone che accettano i rischi dei “viaggi della speranza” non hanno valide alternative. Non si può tacere inoltre che su quel caicco viaggiavano soprattutto persone provenienti dall’Afghanistan (tra cui molte donne), di cui è ben nota la condizione di vessazione e privazione dei diritti da parte del regime dei talebani.

L’ondata di emozione suscitata dal naufragio di Cutro ha in qualche modo anche accelerato le politiche del governo in materia migratoria: il Consiglio dei Ministri tenutosi simbolicamente a Cutro il 9 marzo ha portato infatti ad un decreto, in gran parte già nell’aria dopo quello sulle ONG dei primi giorni del 2023 (n.1/2023). Si tratta di misure disorganiche, largamente propagandistiche e fortemente inadeguate a gestire un fenomeno complesso come l’immigrazione. Di fatto, il governo pretende di “risolvere” la questione migratoria: inasprendo le pene per gli scafisti (già previste e già elevate), che come abbiamo detto sopra non sono la causa primaria del problema, ma piuttosto il risultato di politiche di chiusura dell’Unione Europea; limitando il permesso di soggiorno per protezione speciale introdotto nel 2020 dal Decreto Lamorgese (n.130/2020), che aveva riconosciuto il diritto delle persone straniere già presenti in Italia di ottenere un permesso di soggiorno in presenza di rischi che incontrerebbero nel Paese di origine, ma anche dimostrando elementi di integrazione nella società italiana; rimodulando i decreti flussi, che vengono dunque (erroneamente) intesi come uno strumento per regolare l’arrivo di richiedenti asilo, senza considerare che questo dispositivo in primo luogo si applica invece ai migranti per motivi economici e, in secondo luogo, soffre di per sé di evidenti contraddizioni perché si basa sulla finzione di fare entrare in Italia un lavoratore/lavoratrice che il datore di lavoro non conosce. Prevedere, come si faceva nell’originario Testo unico sull’immigrazione, poi riformato nel 2002 dalla Bossi-Fini, un visto per ricerca di lavoro aggirerebbe il problema ed eviterebbe ingressi irregolari o, per alcuni paesi, con visti turistici che poi non possono essere convertiti in permessi di soggiorno.

Invece che inasprire le pene per gli scafisti si potrebbero attivare vie legali e sicure per chi si trova nella necessità di richiedere asilo. Come? Con una seria politica pubblica che promuova e finanzi i corridori umanitari, di cui al momento si fanno carico principalmente la Tavola Valdese, la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas e la Federazione delle Chiese Evangeliche, e con l’attivazione di visti umanitari che, consentendo l’attraversamento delle frontiere in maniera regolare, renderebbero inutili i trafficanti.

Purtroppo, tuttavia, il governo si ostina ad utilizzare l’allarmismo come arma per ottenere consenso su misure che continuano a non tutelare i diritti umani. L’ultimo in ordine di tempo è l’annuncio shock dei 685mila migranti in arrivo dalla Libia, che sarebbero sul punto di partire istigati dai mercenari della brigata di Wagner e utilizzati quindi come “arma ibrida” dalla Russia. Al di là della semplificazione di questa analisi, che si basa su stime numeriche con pochi fondamenti e non tiene conto dei molteplici fattori che spingono le persone a partire (tra cui la crisi in cui economica e democratica della Tunisia e i regimi dittatoriali dell’Africa Sub-Sahariana), preoccupa la pericolosa associazione dei migranti con la minaccia della guerra. Un’associazione che rischia di legittimare ancora più di quanto già non si faccia l’utilizzo di strumenti di respingimento.

 

Per saperne di più:

Fondazione Migrantes 2022 Il diritto d’Asilo. Report 2022

Idos 2022 Dossier statistico immigrazione

 

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