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Ae n.245, febbraio 2022

Sviluppo sostenibile, l’Unione europea traccia la strada.

Supportare la transizione e rafforzare gli interventi sociali sono gli obiettivi del Green Deal. Centrali i piani nazionali di ripresa e resilienza

Il Green Deal presentato dalla Commissione europea nel 2019 ha tracciato una nuova agenda per la crescita dell’Unione, prefissandosi l’ambizioso obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, dissociando la crescita economica dall’uso delle risorse e garantendo che “nessun luogo e nessuna persona siano trascurati”. A differenza delle precedenti strategie dell’Unione europea per lo sviluppo sostenibile, frammentate e fortemente sbilanciate sul versante economico, il Green Deal delinea un organico disegno di azione trasversale ai 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, cercando di bilanciare le tre dimensioni della sostenibilità: economica, sociale e ambientale. Sotto questo profilo, ci sono tre principali elementi di novità che contraddistinguono la nuova strategia. In primo luogo, il rafforzamento dell’architettura politico-istituzionale della transizione verde con particolare attenzione agli obiettivi ambientali e sociali. Il Green Deal offre un quadro complesso e articolato di misure da introdurre nei diversi settori, quali clima ed energia, tutela dell’ambiente e della biodiversità, industria verde, mobilità sostenibile, economia circolare, produzione e consumo sostenibile. In secondo luogo, una dimensione sociale più solida ed articolata. Nonostante la capacità di intervento dell’Ue nella politica sociale rimanga fortemente limitata, gli obiettivi e i princìpi annunciati dalla nuova strategia appaiono fondamentali per rafforzare il ruolo dell’Ue nell’ambito in cui il suo contributo è stato finora carente. Nell’abbinare le priorità ecologiche e sociali, il Green Deal si impegna a trasformare l’Ue in una società giusta e prospera, proteggere la salute e il benessere dei cittadini, garantire una transizione giusta e inclusiva mettendo al primo posto le persone. Infine la creazione di strumenti finanziari basati su un approccio eco-sociale. Sebbene sia difficile stimare l’ammontare esatto dei finanziamenti destinati alle politiche eco-sociali promosse dal Green Deal, si può senza dubbio affermare che i principali strumenti finanziari dell’Ue rispondono, in modo più o meno strutturato, a questo scopo. Il quadro finanziario pluriennale dell’Ue 2021-2027 ha previsto l’attivazione del Fondo per una transizione giusta con un budget complessivo di 17,5 miliardi di euro, che mira a fornire sostegno ai territori che sono maggiormente soggetti alle sfide socio-economiche derivanti dalla transizione verso la neutralità climatica. Nello stesso periodo, il Fondo europeo di sviluppo regionale destinerà alle misure per l’economia verde e a basse emissioni di carbonio almeno 68 miliardi di euro, sostenendo anche azioni volte a combattere la povertà e l’emarginazione sociale. Il Fondo sociale europeo plus, con un’assegnazione finanziaria pari a 88 miliardi di euro, contribuirà al raggiungimento degli obiettivi del Green Deal tramite il sostegno all’istruzione, alla formazione professionale e alla creazione di nuovi posti di lavoro in settori collegati all’ambiente, al clima, all’energia e all’economia circolare. Il piano Next Generation (2020), lanciato per affrontare le conseguenze dell’impatto economico e sociale della pandemia, ha ribadito l’impegno europeo a rendere l’Ue più equa, verde e inclusiva aggiungendo ulteriori risorse, sotto forma di prestiti e sovvenzioni, all’obiettivo della transizione verde. I Piani nazionali di ripresa e resilienza saranno quindi cruciali per il consolidamento delle linee di azione annunciate nel Green Deal. Come è noto, l’efficacia degli interventi previsti dipenderà dalla capacità amministrativa, riferita sia all’abilità progettuale sia alla qualità delle istituzioni e delle procedure di gestione delle risorse pubbliche. Le riforme di rafforzamento di queste capacità costituiscono una condizione necessaria di accesso ai fondi stessi per alcuni Paesi, tra cui l’Italia.

 

Questo articolo è stato scritto da Ekaterina Domorenok per la rubrica mensile OCIS all’interno di Altreconomia.

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